Esiste una dieta standard?

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Nel primo post di questo filone di articoli sulla dieta, abbiamo detto che per dieta si intende la combinazione di alimenti atta a fornire la giusta quantità di macro e micronutrienti al corpo umano, in base alla disponibilità fornita dall’ecosistema e alla necessità del singolo individuo. Questo ci suggerisce che ogni individuo necessiti di piani nutrizionali personalizzati, non solo alla sua struttura fisica – ad esempio la quantità di muscoli bianchi e rossi, la densità ossea, le allergie – ma anche mirati al tipo di alimento a cui l’individuo ha accesso. Ad esempio la pianta di avocado, uno dei frutti che in tempi relativamente recenti sono passati alla ribalta per le loro proprietà benefiche, necessita di particolari cure e una particolare temperatura per poter crescere. È difficile, se non proprio impossibile, che le comunità indigene della siberia o dell’Alaska, abbiano accesso a questo frutto. Questo significa che quei grassi buoni, l’omega-3, che proteggono il cuore e il sistema nervoso e rafforzano altresì il sistema immunitario, devono essere assunti da altre fonti, ad esempio alcune varietà di pesce.

È corretto quindi parlare di dieta come una selezione standardizzata di alimenti finalizzata al dimagrimento della persona? La risposta non può essere affermativa. Prima di tutto perché una dieta non ha come obiettivo il dimagrimento, ma un corretto sostentamento del corpo e della mente. Questo, quasi sempre, si tramuta automaticamente in una forma psicofisica migliore che, come conseguenza addizionale, fa sì che il corpo rientri in quegli standard estetici che vengono considerati positivi.  In oltre, perché una dieta standardizzata come quelle che alcuni libri promuovono come “miracolose”, non tiene conto della variazione dell’ecologia ambientale e culturale dell’individuo.

In passato la OMS e la FAO applicavano un’unica serie di standard nutrizionali, a popolazioni diverse, incappando in critiche di antropologi, nutrizionisti ed economisti. Secondo la nota antropologa bioculturale Ellen Messer, già a fine anni ottanta alcuni esperti sostenevano che non fosse corretto applicare standard derivati in gran parte da studi su piccoli campioni nelle società occidentali a popolazioni che si sono adattate a diversi ambienti fisici e socioeconomici (Messer, 1986). Forse anche a causa di queste critiche, ad oggi l’OMS promuove alcuni standard nutrizionali, specificando però che <<l’esatta composizione di una dieta diversificata, equilibrata e sana varia a seconda delle caratteristiche individuali (ad esempio, età, sesso, stile di vita e grado di attività fisica), del contesto culturale, degli alimenti disponibili localmente e delle abitudini alimentari>> (WHO/OMS). Secondo l’OMS quello che non cambia sono i principi di base di ciò che costituiscono una dieta sana, che qui vi riproponiamo:

Per gli adulti

Una dieta sana include quanto segue:

  • Frutta, verdura, legumi (es. lenticchie e fagioli), noci e cereali integrali (es. mais non lavorato, miglio, avena, grano e riso integrale).
  • Almeno 400 g (cioè cinque porzioni) di frutta e verdura al giorno, esclusi patate, patate dolci, manioca e altre radici amidacee.
  • Meno del 10% dell’apporto energetico totale da zuccheri semplici, che equivale a 50 g (o circa 12 cucchiaini rasi) per una persona di peso corporeo sano che consuma circa 2000 calorie al giorno, ma idealmente è meno del 5% dell’apporto energetico totale per ulteriori benefici alla salute. Gli zuccheri liberi sono tutti gli zuccheri aggiunti agli alimenti o alle bevande dal produttore, dal cuoco o dal consumatore, così come gli zuccheri naturalmente presenti nel miele, negli sciroppi, nei succhi di frutta e nei concentrati di succo di frutta.
  • Meno del 30% dell’apporto energetico totale da grassi. I grassi insaturi (che si trovano nel pesce, nell’avocado e nelle noci, e negli oli di girasole, soia, canola o colza e oliva) sono preferibili ai grassi saturi (che si trovano nella carne grassa, nel burro, nell’olio di palma e di cocco, nella panna, nel formaggio, nel ghee – un burro indiano — e nello strutto) e ai grassi “trans” di ogni tipo, inclusi sia i grassi “trans” prodotti industrialmente (che si trovano nei cibi cotti e fritti, e negli snack e nei cibi preconfezionati, come la pizza surgelata, le torte, i biscotti, i wafer, gli oli da cucina e le creme da spalmare) sia i grasi “trans” dei ruminanti (che si trovano nella carne e nei latticini dei ruminanti, come mucche, pecore, capre e cammelli). Si suggerisce di ridurre l’assunzione di grassi saturi a meno del 10% dell’assunzione totale di energia e di grassi “trans” a meno dell’1% dell’assunzione totale di energia. In particolare, i grassi prodotti industrialmente non fanno parte di una dieta sana e dovrebbero essere evitati.
  • Meno di 5 g di sale (equivalente a circa un cucchiaino da tè) al giorno (8). Il sale dovrebbe essere iodato.

Per i neonati e i bambini piccoli

Nei primi 2 anni di vita del bambino, un’alimentazione ottimale favorisce una crescita sana e migliora lo sviluppo cognitivo. Riduce anche il rischio di diventare sovrappeso o obesi e di sviluppare malattie neurodegenerative più avanti nella vita.

I consigli su una dieta sana per neonati e bambini sono simili a quelli per gli adulti, ma sono importanti anche i seguenti elementi:

  • I neonati dovrebbero essere allattati esclusivamente al seno durante i primi 6 mesi di vita.
  • I neonati dovrebbero essere allattati al seno continuamente fino ai 2 anni di età e oltre.
  • A partire dai 6 mesi di età, il latte materno dovrebbe essere integrato con una varietà di alimenti adeguati, sicuri e ricchi di nutrienti. Sale e zuccheri non dovrebbero essere aggiunti agli alimenti complementari.

(fonte: WHO)

Queste linee guida sembrano comunque non tenere in conto la diversità dei fattori ecologici e culturali, inclusi economici e di genere, in cui gli individui vivono. Ad esempio, non tutti hanno facile accesso a 400g (o cinque porzioni) di verdura o frutta, o ad alimenti privi di grassi saturi. Ancora, non tiene conto la difficoltà, o addirittura l’impossibilità, per alcune donne di allattare al seno durante tutti i primi sei mesi di vita dei figli. Gli antropologi Marinella Iafaniti e Roberto Fracchia, sottolineano che il problema di una dieta corretta, sembrerebbe quindi in primo luogo un problema di disponibilità ecologica e disparità socio-culturale, più che di valori nutrizionali.

Il fondatore di Master Studio Labs, il dott. Simone Cipriano, commenta così sulla standardizzazione della OMS e sulla necessità di una dieta fatta pensando alla persona in modo olistico, cioè tenendo conto non solo dei valori nutrizionali, ma anche dei fattori ecologici e culturali:

“complicato spiegare perché un’organizzazione mondiale come l’OMS non Sia riuscita a comprendere a fondo le diversità etniche e culturali dell’uomo in fatto di nutrizione. Il problema sta alla base: si tratta di responsabilizzare in maniera consapevole soprattutto le società del benessere, quelle più sganciate dai ritmi della natura. Tutto sommato, le poche popolazioni aborigene rimaste sul pianeta terra riescono ancora a sostenere un’alimentazione corretta poiché agganciati ai ritmi naturali del pianeta. Sono invece proprio le società moderne tipiche del “benessere” quelle in cui un approccio di globalizzazione è proprio quello più sbagliato: uniformare in maniera acritica basandosi su concetti nutrizionali molto generici, pone ancora di più l’uomo lontano dal contatto con la natura.

Ciò che andrebbe promosso è invece la cosiddetta glocalization (glocalizzazione) in cui globale e locale possono essere visti come due facce della stessa medaglia. La localizzazione viene ignorata per colpa della troppa importanza data alla globalizzazione, mentre le forze locali si sforzano costantemente per attenuare l’impatto dei processi globali in atto. La glocalizzazione valuta quindi i sistemi semplici per arrivare ai più complessi, mentre la globalizzazione sembrerebbe privilegiare i sistemi complessi ignorando molto spesso le implicazioni dei sottosistemi.

Ed è proprio con quest’ottica, che la nutrizione dovrebbe essere vista: al centro delle reali necessità dell’individuo, rispettandone il patrimonio alimentare locale e del gruppo di appartenenza.

Delle indicazioni nutrizionali corrette dovrebbero tentare di preservare le singole identità all’interno di un sistema più complesso, senza ledere l’individualità ed il diritto ad esistere delle altre identità all’interno di tale sistema.”

Due punti di vista da due campi accademici differenti che, mettendo l’uomo al centro del loro sapere, vedono l’individuo come il punto focale di ogni decisione nutrizionale. Se non vogliamo standardizzare l’uomo, non possiamo standardizzare una dieta.

Nelle prossime uscite di questa rubrica. parleremo più a fondo dell’uso socio-economico del cibo. Vedremo in particolare come i fattori commerciali e culturali ci spingano verso il consumo di alcuni alimenti, anche quando non salutari. O come i fattori estetici e le promesse di soluzioni “miracolose”, ci spingano verso diete e comportamenti, che invece di portare benefici alla nostra salute, ne minano la stabilità. Parleremo di malattie legate alla nutrizione, quali anoressia e obesità patologica. Inoltre, vedremo come diverse culture, durante la storia, abbiano trovato nell’alimentazione un perfetto alleato, o il loro peggior nemico. Seguiteci e scriveteci (anche commenti) se avete domande, curiosità e anche opinioni su questi argomenti. Il dialogo costruttivo è la prima arma per combattere l’ignoranza.

Fonti:

Messer, E. (1986). The ”small but healthy” hypothesis: Historical, political, and ecological influences on nutritional standards. Human Ecology, 14(1), 57–75

2 commenti su “Esiste una dieta standard?”

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